20 e 21/06/2011

Ci si arriva in 4 ore di bus da Xiahe. Il tempo non e’ buono, pioviccica e ci sono grandi nuvoloni. Il bus e’ pieno di turisti cinesi e, assieme ad un francese stronzo, sono l’unico internazionale. La strada passa per una grande valle di terra marrone chiaro da cui qua’ e la’ spuntano le cupole di tante moschee moderne con la forma di grandi cipolle di colore verde brillante. Poi la strada sale e arriviamo in montagana. Mi emoziono quando il mio GPS segna i 3,000 metri. Il paesaggio e’ cambiato e ora e’ prevalentemente verde. Il grassland l’ho trovato qui altro che in Mongolia! Vedo i primi cavalli al pascolo e subito dopo gli yak. Intanto piove forte. Quando arriviamo a Langmusi resto un po’ deluso anche se il paese e’ circondato da belle montagne e l’aria e’ fresca. Langmusi non e’ altro che una strada di asfalto mezzo sbrecciato sempre bagnato e con la fanghiglia che mi ricorda Ovindoli quando ero bambino ed e’ piu’ turistica di Xiahe. Ma qusto vuol dire che sono in buona compagnia. Incontro Gustav Fredrikkson, svedese, davanti ad un carretto che porta due teste di capra mozzate e la loro pelliccia. Poi Noga e Sofia, iraeliane, con le quali faccio il trekking a cavallo. Due giorni in montagna a dormire in tenda con una famiglia di pastori di yak. Il trekking e’ bello, ma la sella e’ troppo piccola per il mio corpo occidentale e ne soffro moltissimo quindi quando m propongono una passeggiata pomeridiana inorridisco e declino per una piu’ salutare passeggiata a piedi sulla montagna che sovrasta l’accampamento. Salgo il crinale della montagna che e’ molto ripido. Adesso siamo attorno ai 3,800 metri e ogni pochi passi devo fermarmi per riprendere fiato. Il panorama della valle si allarga ogni metro che salgo e adesso, quasi in cima, sono all’atezza di due aquile che hanno il nido da qualche parte qui intorno. Mi godo il vento, il panorama, l’aria rarefatta e mi sento proprio bene anche se con un po’ di vertigini.
Alle 19:30 e’ l’ora di andare a riprendere gli yak al pascolo. Sono circa 400 ed e’ divertente. Gli tiriamo i sassi e urliamo ‘ghoooo’ a squarciagola, mentre raccolgo un sacco di funghi per la cena, poi li leghiamo prendendoli per il collo e alla fine mi faccio anche una bella foto ricordo a dorso di uno yak bianco (!) e anche una foto ricordo con una bella pecorella che vive con la famiglia che ci ospita e che la mattina mi sveglia leccandomi la faccia.
Nella tenda fatta di peli di yak e’ un gran lavorare e a lavorare e’ soprattutto la donna della ‘casa’ la quale non si ferma un momento. Al pomeriggio con altre donne si mettono a battere con delle stecche dei peli di yak facendo dei gomitoli da tessere e anche la mattina del giorno seguente, mentre fuori diluvia e noi siamo tutti intirizziti e infreddoliti, le intravediamo dalla tenda a mungere le yak femmine e a fradiciarsi.
Sulla via del ritorno degna di nota e’ la signora a casa della quale pranziamo. Essa e’ grassa, vecchia con pochi denti e con i vestiti tutti unti. Assieme a lei nella bella casa ci sta un ragazzino di 2 anni ancora piu’ zozzo che a un certo punto piscia sul pavimento di terra battuta. Bene al bambino gli vene dato da mangiare del riso in bianco in una ciotola ma resto sorpreso quando la vecchia con la lingua nella ciotola prende un po’ di riso, lo comincia a mastcare e come fosse un uccello mamma e passa il bolo semi mastiato in bocca al nipotino. Io ho un immediato conato e devo girarmi di corsa per evitare il peggio. Di cose posso dire di averne viste, ma questa poi…
Ritorno a Xiahe. Da domani si cambia panorama e gente. dalle montagne tibetane arrivero’ nel deserto dello Xingjiang, ultima e tanto attesa tappa del mio viaggio in Cina